Mostrarsi Straniere. La ricezione delle arti e delle culture extraeuropee in Italia (1945-2000)
Esposizione realizzata dalle studentesse e dagli studenti di Storia dell’arte contemporanea e di Storia della fotografia dell’Università per Stranieri di Siena nel quadro del progetto didattico La Straniera | Il Laboratorio delle mostre, finalizzato ad avvicinare le giovani studiose e i giovani studiosi dell’Ateneo al tema dell’immagine esposta come forma di mediazione tra culture diverse. Il progetto rientra nel quadro del PRIN PNRR Straniere: the reception of non-European arts and cultures in Italy (1945-2000), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dall’Unione Europea (NextGeneration EU).
Attraverso una selezione di materiali fotografici, documentari ed editoriali, la mostra propone una riflessione sui modi in cui l’Italia ha guardato, recepito e rappresentato le arti e le culture extraeuropee nel secondo Novecento. Senza pretese di esaustività, l’indagine si snoda lungo una rete di immagini, narrazioni e pratiche espositive che, tra fascinazione e appropriazione, hanno contribuito a costruire paradigmi complessi e spesso contraddittori di ciò che veniva percepito come ‘altro’ rispetto ai canoni dominanti della cultura nazionale.
Il percorso espositivo prende avvio dal caso emblematico di due tra i maggiori storici dell’arte del secolo scorso, Carlo Ludovico Ragghianti e Cesare Brandi, interessati – secondo modalità ed esiti differenti – allo studio e all’esplorazione di civiltà lontane, culturalmente e geograficamente. La mostra prosegue mettendo a confronto gli sguardi di Folco Quilici e di Tiziano Terzani, che propongono al grande pubblico attraverso il linguaggio fotografico un racconto visivo dei luoghi visitati.
A chiudere il percorso espositivo, un sintetico affondo su alcune mostre organizzate in gallerie private, in un periodo compreso tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, che intende introdurre le complesse e talvolta poco esplorate dinamiche del mercato delle arti extraoccidentali in Italia, tra collezionismo, promozione e creazione di reti internazionali.
Questa sezione analizza due diversi approcci allo studio delle culture artistiche extraeuropee da parte della critica italiana durante il secondo Novecento.
Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca 1910 – Firenze 1987) dedica la propria vita all’indagine di ogni espressione artistica cercando di «innestare nella cultura italiana una problematica ecumenica». Egli si oppone con forza a ogni forma di specialismo, preferendo esaminare l’arte nella sua totalità e avventurandosi in «incursioni al di fuori dei campi più frequentati» dalla critica a lui contemporanea. Scrive di alto medioevo, antichità classiche e orientali, preistoria, arte egizia, mesopotamica, del Medio ed Estremo Oriente, africana, precolombiana e delle civiltà oceaniche, animato da una curiosità intellettuale che ricorda quella dei grandi viaggiatori.
Ragghianti rivolge uno sguardo privo di pregiudizi alle civiltà extraeuropee, allora quasi ignote al pubblico italiano del secondo dopoguerra, cogliendone il valore autentico e interpretando ogni opera come un «essere vivente», espressione della vitalità propria di ciascuna cultura. Pur non visitando mai i luoghi di cui scrive, li esplora attraverso fotografie, ritagli e una vasta bibliografia – monografie, cataloghi e saggi – che studia e recensisce, in particolare sulle pagine di «seleArte», la rivista da lui fondata e diretta.
Oggi, il suo archivio, la sua fototeca e la sua biblioteca sono conservati presso la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca, che ne mantiene viva la memoria e la ricerca.
Diversamente, Cesare Brandi (Siena 1906 – Vignano 1988) lo ricordiamo come un curioso e appassionato viaggiatore, impegnato in missioni di studio e consulenza in tutto il mondo in qualità di direttore dell’Istituto Centrale del Restauro. L’incarico professionale diventa occasione di incontro e conoscenza diretta: Brandi attraversa Russia, Egitto, Siria, città e deserti, scavi e monumenti, osservando non solo l’architettura ma anche gli abitanti, i paesaggi e gli ambienti umani, alla ricerca dello spirito dei luoghi.
Le cronache di questi viaggi si traducono in una prosa colta e sensibile, a metà tra critica d’arte e lirismo. Opere come Città del deserto (1958), Verde Nilo (1963) e Diario cinese (1982), insieme agli articoli di giornale, offrono una prospettiva in cui l’osservazione dell’opera d’arte si fonde con il racconto umano e ambientale. L’archivio fotografico dell’autore, conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Siena, documenta la vastità dei suoi interessi, fissando con scatti e cartoline l’immagine dei luoghi lontani che egli continua a rivivere anche una volta tornato in Italia.
Curatela della sezione: Yasmin Riyahi e Rachele Zanone.
Nel 1973 Folco Quilici pubblica per Rizzoli Gli ultimi primitivi, un piccolo volume nato a seguito di quasi venti anni di esplorazioni, osservazioni e riflessioni in territori extra-occidentali. Il libro, giunto pochi anni dopo Viaggio nel primitivo (Immordino Editore, 1969), sintetizza un lungo lavoro di documentazione iniziato intorno alla metà degli anni Cinquanta attraverso film, serie televisive e reportage apparsi su periodici specializzati e generalisti come, tra gli altri, «Ferrania», «Epoca» e «La Stampa». L’opera, realizzata grazie alla collaborazione degli etnologi Diego Carpitella, Georges Condominas, Jean Cuisinier, Guglielmo Guariglia, Vittorio Lanternari e Giovanna Salvioni, è animata da un quesito fondamentale: quale destino attende le culture ‘primitive’ in un mondo dominato dall’industrializzazione occidentale? Questo interrogativo guida l’intera ricerca di Quilici, sviluppata principalmente lungo tre assi tematici: il mare, l’antropologia e la storia. L’amore per il mare apre la strada alla scoperta delle culture legate alla pesca; la passione per l’antropologia si sviluppa in uno sguardo attento alle pratiche di vita quotidiana; la storia, sotto l’influenza del pensiero di Fernand Braudel, diventa uno strumento per interpretare le trasformazioni delle società nel tempo.
Il tema del ‘primitivo’ percorre trasversalmente tutta l’opera di Quilici, affrontato non come esotismo o curiosità etnografica, ma come chiave per comprendere a fondo le differenze culturali che animano il nostro pianeta. Le sue immagini e i suoi testi denunciano con forza gli effetti devastanti del colonialismo, del turismo di massa e dei processi di omologazione culturale. Si tratta di un punto di vista anticolonialista e antieurocentrico che emerge già negli anni Sessanta in opere come I mille fuochi dal Sahara al Congo (Leonardo Da Vinci, 1964) e Alla scoperta dell’Africa (Vallecchi, 1966).
Attraverso una selezione di fotografie scattate in Polinesia, Africa, India, Filippine e Papua Nuova Guinea, questa sezione della mostra ripercorre in senso cronologico alcune delle tematiche che articolano Gli ultimi primitivi: i sistemi di pesca, il gioco, la caccia, la ricerca dell’acqua, le danze agricole, il culto e le sue espressioni. Un viaggio visivo che invita a riflettere sul grande valore della diversità culturale.
Curatela della sezione: Livia de Pinto.
Nel 1993 Tiziano Terzani decide di non prendere aerei per un anno intero. La scelta nasce dal desiderio di rispettare la predizione di un indovino incontrato anni prima a Hong Kong, secondo cui volare in quell’anno avrebbe significato rischiare la vita. Ciò che all’inizio sembra una maledizione si trasforma però in una straordinaria opportunità: un viaggio “senz’ali” di tredici mesi attraverso l’Asia. Per il viaggiatore fiorentino (1938-2004) che all’epoca era corrispondente per «Der Spiegel» e il «Corriere della Sera» è l’occasione di rivedere il già noto e di esplorare l’ignoto con occhi nuovi, osservando finalmente da terra ciò che prima non aveva potuto vedere sorvolando confini e frontiere. Quel viaggio, raccontato nel lungo reportage Un indovino mi disse (Longanesi, 1995), è oggi considerato uno dei libri più emblematici del pensiero terzaniano. A documentarlo non è solo la scrittura ma anche un ampio patrimonio fotografico rimasto per anni inedito e oggi custodito presso la Fondazione Giorgio Cini.
È a questo archivio che si deve la possibilità di riscoprire lo sguardo visivo di Terzani che nel corso degli anni affianca costantemente la fotografia alla scrittura. Strumento privilegiato per fissare dettagli sfuggenti e restituire la densità dell’esperienza, l’immagine fotografica assume per lui un valore documentario e allo stesso tempo meditativo.
Come nei suoi testi, anche nelle immagini lo sguardo di Terzani si distingue per la capacità di cogliere la complessità senza ricorrere a semplificazioni. Non si tratta di una documentazione neutra o didascalica bensì di una forma di osservazione profondamente partecipe, eticamente orientata. Le sue fotografie evitano ogni approccio sensazionalistico o esotizzante: l’“altro” non è mai ridotto a oggetto di osservazione, ma diventa soggetto, interlocutore attivo e portatore di storie e significati.
Le immagini qui esposte - scattate in Birmania, Malesia, Cambogia, Mongolia e Cina - intendono restituire una geografia umana in profonda trasformazione, attraversata da tensioni e contraddizioni: i ritmi lenti della vita rurale si scontrano con i primi segni visibili della globalizzazione, la spiritualità quotidiana convive con i simboli del consumismo. Il corpus fotografico selezionato rappresenta una testimonianza preziosa non solo di un viaggio eccezionale, ma anche di un metodo di indagine: quello che Terzani applica alla realtà con pazienza, empatia e spirito critico.
Curatela della sezione: Nicole Pecoitz - in collaborazione con Angela Terzani Staude e con Fondazione Giorgio Cini.
A partire dal secondo dopoguerra, il mercato italiano mostra un interesse crescente per la diffusione di opere e manufatti provenienti da paesi extraeuropei, contribuendo peraltro al consolidamento di un collezionismo specializzato in questo campo. In tale contesto si inserisce in modo significativo l’attività di Franco Monti, collezionista che a partire dal 1957 organizza molteplici esposizioni di arte africana e oceanica, sia nella propria galleria che in altri spazi espositivi privati. Nel 1959, ad esempio, egli cura a Milano la mostra Arte Negra, presso la galleria Il Sestante, animata da Lina e Marisa Villa. La galleria, deputata principalmente alle arti applicate e al design, organizza regolarmente mostre di oggetti provenienti da paesi extraoccidentali. Tra queste si ricordano, ad esempio, le esposizioni Las Mascaras, arte indigena de Mexico oppure Segni d’arte azteca-zapoteca-maya, le cui locandine sono esposte in questa sezione. Tali eventi, se da un lato hanno il merito di promuovere in Italia manifestazioni culturali ‘altre’, stimolano oggi una riflessione critica e problematizzata. Un caso emblematico è quello del gruppo ‘Turcana’, formato da giovani italiani «etnologi per hobby», come vennero definiti, che durante lunghi soggiorni in Africa raccoglievano oggetti locali da riportare in Italia. L’attività del gruppo viene presentata nel 1977 come un’operazione di «recupero culturale», ponendo tuttavia questioni oggi centrali nel dibattito postcoloniale sull’appropriazione dell’arte extraeuropea.
Tra gli artisti e i designer italiani, particolarmente proficuo è il rapporto della galleria con Ettore Sottsass, che pure si dimostra interessato a contesti e culture extraoccidentali.
Sottsass visita a più riprese l’India dal 1961, appassionandosi alle tradizioni locali. Tali fascinazioni emergono esplicitamente in occasione della mostra Ceramiche tantriche, alla Galleria La Nuova Loggia di Bologna nel 1969, nella quale espone una serie di ceramiche ispirate al volume di Ajit Mookerjee Tantra Art, edito dalla Kumar Gallery di Nuova Delhi e in quegli anni ampiamente diffuso in Europa e negli Stati Uniti. L’artista si dichiara colpito dall’«atmosfera di quel libro [...] nel quale ci sono esempi molto belli dell’iconografia tantrica» e dalle speculazioni filosofiche sull’«idea del cosmo come energia continua», tanto da definire le sue ceramiche del periodo ‘tantriche’ o ‘yantra’. Galleristi come Renato Cardazzo (Galleria del Cavallino e Navigliovenezia, Venezia; Galleria del Naviglio, Milano) e Fabio Sargentini (L’Attico, Roma) stabiliscono un rapporto di collaborazione con la Kumar Gallery, impegnata in un’intensa attività di promozione e di esportazione dell’arte indiana, antica e contemporanea, all’estero. Cardazzo organizza dal 1968 esposizioni di arte tantrica tra Venezia e Milano, mentre a Roma Sargentini propone dal 1973 dei festival di musica e danza in cui, al fianco di artisti e performer statunitensi trovano spazio interventi dedicati alla musica e alla danza della tradizione indiana (Pandit Pran Nath, Salamat Ali Khan, etc.), intraprendendo anche viaggi in India con artisti italiani. Tali occasioni favoriscono lo sviluppo di sinergie tra artisti provenienti da geografie diverse e il parallelo ampliamento delle reti del mercato dell’arte internazionale.
Curatela della sezione: Andrea Lanzafame e Biancalucia Maglione.
Caterina Toschi
Caterina Toschi è Professoressa Associata presso l’Università per Stranieri di Siena dove insegna Storia dell’arte contemporanea e Storia della fotografia. Fa parte dei Collegi di Dottorato dei corsi in Storia dell’arte e in Studi di Traduzione dell’Università per Stranieri di Siena (in forma associata con le Università degli Studi di Siena e di Pisa). Coordina come Principal Investigator il progetto PRIN PNRR 2022 Straniere: the reception of non-European arts and cultures in Italy (1945-2000), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dall’Unione Europea (NextGeneration EU), e come Associated PI il progetto PRIN 2022 BorderArt(E)Scapes. Arte contemporanea, antropologia e “paesaggi di confine”: dalla fine dell’Ottocento agli anni Duemila, leggere la contemporaneità e sperimentare nuove pratiche di ricerca (PI: Giorgio Bacci, Unifi). È con-fondatrice e con-direttrice di WADDA | Women Art Dealers Digital Archives e di Senzacornice Journal. Studi sul sistema dell’arte contemporanea; è membro del Comitato Scientifico della collana “Quaderni Unistrasi” delle Edizioni Unistrasi. Associate Director presso The Santa Maddalena Foundation, è responsabile scientifica della raccolta d’arte di Beatrice Monti della Corte e del suo archivio fotografico correlato all’attività della Galleria dell’Ariete (Milano, 1955-1980).
Livia de Pinto
Livia de Pinto ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia dell’Arte presso Sapienza Università di Roma. Da marzo 2024 è assegnista di ricerca per il progetto Eco-sussistenze: la rilettura del “vuoto” nella ricerca di Laura Grisi presso l’Università per Stranieri di Siena, dove tiene anche corsi di insegnamento in Storia dell’Arte Contemporanea. Ha fatto parte del Gruppo di Ricerca di Sapienza Università di Roma From Third-Worldism to Postcolonialism: immaginari visivi dell’alterità in Italia (1979-2009). Razzismo, antirazzismo, multiculturalismo e neoprimitivismo, coordinato dal professor Claudio Zambianchi e dalla professoressa Francesca Gallo. Si è occupata di storia delle mostre, nel cui ambito ha recentemente curato insieme a Martina Rossi il convegno Per l’unità della cultura”. L’attività culturale ed espositiva delle Librerie Feltrinelli dal 1962 al 1969. Ha pubblicato studi sull’opera di Laura Grisi, sull’attività critica e curatoriale di Carlo Ludovico Ragghianti e di Lara Vinca Masini, sulle tangenze tra nuova musica e arti visive in Italia, sulla teatralità nel lavoro di Giulio Paolini e sul ritorno alla pittura a Roma tra anni Settanta e Ottanta del Novecento.
Andrea Lanzafame
Andrea Lanzafame è assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa nell’ambito del progetto Per una Digital Library del patrimonio collezionistico e documentale raccolto e conservato presso il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. È stato assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena nell’ambito del progetto Straniere: La ricezione italiana delle arti extra-europee 1945-2000, approfondendo lo studio delle mostre di arte tantrica e dei concerti di musica raga in programma nelle gallerie italiane negli anni Settanta e le relative reti di rapporti transnazionali tra galleristi e artisti. Ha conseguito il dottorato di ricerca alla Scuola Normale Superiore di Pisa – in cotutela con l’Université de Strasbourg – con una tesi che, a partire dalla ricostruzione delle mostre di Arte povera in Francia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, ne ha indagato la ricezione e le ‘reazioni’ nel coevo contesto artistico locale. Ha collaborato con il laboratorio DocStAr al progetto MAConDA. Le Mostre d’Arte Moderna nelle Gallerie private in Italia: i due decenni cruciali 1960-1980 e con l’ASAC della Biennale di Venezia. Ha pubblicato contributi su Jannis Kounellis, Giacomo Manzù, Anne et Patrick Poirier, sulla rassegna Pèrsona 2 (1972) e sulla galleria romana L’Attico, privilegiando un approccio dialettico tra il contesto italiano e quello internazionale.
Biancalucia Maglione
Biancalucia Maglione è assegnista di ricerca all’Università per Stranieri di Siena nell’ambito del progetto ESODIARC – La ricezione delle culture extraeuropee nelle ceramiche Richard-Ginori (1923-2000). In precedenza, presso lo stesso Ateneo, ha svolto attività di ricerca come assegnista per il progetto PRIN 2022 BorderArt(E)Scapes. Arte contemporanea, antropologia e “paesaggi di confine”: dalla fine dell’Ottocento agli anni Duemila, leggere la contemporaneità e sperimentare nuove pratiche di ricerca. Nel 2021 è stata Research Fellow al Center for Italian Modern Art di New York, mentre nel 2018 e 2019 borsista presso l’Università di Pisa. Ha ottenuto il Dottorato di ricerca nel 2023 presso l’Università degli Studi di Firenze, con una tesi incentrata sulla collezione di arte contemporanea di Carlo Frua De Angeli. Si è precedentemente laureata, a livello triennale e magistrale, all’Università di Pisa. Ha tenuto corsi presso l’Università di Pisa e l’Università per Stranieri di Siena e ha partecipato a numerosi convegni in Italia e all’estero (a Porto, Berlino, Bratislava, New York, Pisa, Roma, Firenze, tra le altre sedi). I suoi principali ambiti di ricerca riguardano la scultura contemporanea e il mercato dell’arte, temi sui quali ha pubblicato svariati contributi scientifici.
Nicole Pecoitz
Nicole Pecoitz è dottoranda in Letteratura Italiana presso l’Università di Berna dove conduce una ricerca sul rapporto tra scrittura e fotografia nell’opera di Tiziano Terzani, con particolare attenzione alla rappresentazione visiva e narrativa dell’Asia. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, ha svolto periodi di formazione e ricerca all’estero, presso l’Università di Edimburgo e il Digital Humanities Lab dell’Università di Warwick. Accanto all’attività accademica, sviluppa una pratica fotografica personale che integra scrittura, viaggio e antropologia. Ha allestito tre mostre dedicate alla produzione fotografica di Tiziano Terzani, presentate nell’ambito del Milano Photofestival, del Festival Fotografico Europeo e del Festival Vicino/Lontano. Nel 2024 ha curato l’edizione illustrata del volume Un indovino mi disse (Longanesi). I suoi ambiti di interesse si collocano all’incrocio tra ricerca letteraria, narrazione visuale e curatela editoriale, con un’attenzione specifica alla letteratura odeporica del Novecento, alle forme intermediali della rappresentazione del viaggio e al recupero d’archivio di materiali fotografici legati alla figura dello scrittore-viaggiatore.
Yasmin Riyahi
Yasmin Riyahi è ricercatrice post-dottorale presso la Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte, con uno studio incentrato sulla ricezione della cultura palestinese e la presenza degli artisti e delle artiste palestinesi in Italia dagli anni Settanta ai Duemila. Nel 2024 ha conseguito il dottorato di ricerca presso Sapienza Università di Roma, con una tesi sul sistema delle gallerie d’arte negli anni Trenta a Roma e un affondo specifico sull’attività di Pietro Maria Bardi. Nello stesso ateneo è cultrice della materia e collabora con le attività del MLAC – Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, per l’inventariazione e lo studio del suo archivio storico. Nel 2024 è stata assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena, all’interno del progetto PRIN PNRR 2022 STRANIERE: the reception of non-European arts and cultures in Italy (1945-2000), dove, tra i temi, ha avuto occasione di approfondire lo studio della figura di Cesare Brandi e la questione dell’arte palestinese contemporanea in Italia, proseguendo gli studi condotti all’interno del Progetto di Ateneo Sapienza From Third-Worldism to Postcolonialism: Visual Imaginaries of Otherness in Italy (1979– 2009). Sempre nel 2024 è stata assistente alla curatela del professor Gerhard Wolf per l’esposizione permanente della collezione del CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea (La Spezia). Attualmente è docente a contratto per il corso Musei, Colonialismo, Restituzioni (ARTE-01/C), presso l’Università IULM di Milano e fa parte del comitato di redazione della rivista Studi Culturali (Il Mulino). Si interessa di pratiche decoloniali nell’arte contemporanea, nei musei e nello spazio pubblico, della relazione tra arte e potere durante il fascismo e di critica d’arte sulla stampa generalista, oggetti di partecipazione a seminari e convegni e di alcune pubblicazioni.
Rachele Zanone
Rachele Zanone, storica dell’arte medievale specializzata in arte e cultura materiale armena, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia, Territorio e Patrimonio Culturale presso l'Università di Roma Tre (2020). Dopo il dottorato è stata postdoctoral fellow (2022–23) all’interno del progetto ERC Armenia Entangled: Connectivity and Cultural Encounters in Medieval Eurasia (9th–14th Centuries), presso l’Università degli Studi di Firenze, e collaboratrice di ricerca nell’ambito del progetto Armenia Rilevata coordinata dal Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’architettura dell’Università La Sapienza di Roma. Nel 2023–24 è stata borsista presso la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca, dove ha sviluppato un progetto dedicato allo studio dell’espressione ornamentale nelle arti extraeuropee, con un focus sui manufatti di Cina, Giappone e Medio Oriente islamico. Dal 2025 è assegnista di ricerca per il progetto Straniere in Italia: il contributo di Licia Collobi e Carlo Ludovico Ragghianti (1945–1987) presso l’Università per Stranieri di Siena. Ha partecipato come relatrice a numerosi convegni e workshop internazionali sull’arte medievale armena, il Mediterraneo orientale e l’Eurasia. Vincitrice di diversi research grant – tra cui due della Calouste Gulbenkian Foundation di Lisbona (2018, 2022) e un post-doc grant del Ministero della Cultura armeno (2023) – ha pubblicato saggi sulla miniatura armena del Vaspurakan, sulle relazioni tra iconografia e testi apocrifi, sui legami artistici tra mondo armeno, bizantino, islamico, e sul contributo di Carlo Ludovico Ragghianti e Licia Collobi alla conoscenza delle arti extraeuropee in Italia.
